“Le tre facce della violenza” un libro per comprendere e combattere l’anomia sociale

n saggio firmato da Francesco e Noemi Longobardi, edito da Rossini Editore, indaga le radici profonde della violenza silenziosa nella nostra società moderna. L’intervista

È uscito il 7 luglio 2023, per Rossini Editore, Le tre facce della violenza, un libro scritto a quattro mani da Francesco Longobardi e Noemi Longobardi. In poco più di cento pagine (108 per la precisione), gli autori tracciano un’analisi lucida e coraggiosa di un male spesso invisibile ma diffusissimo: la violenza sociale, nelle sue forme più subdole e quotidiane.

Il volume si propone come uno strumento di riflessione, ma anche di reazione. I Longobardi affrontano infatti tre dimensioni della violenza – psicologica, culturale e sociale – osservandole nel contesto contemporaneo, dove l’individualismo crescente e l’indifferenza generalizzata rischiano di diventare la norma.

Secondo gli autori, questo clima di isolamento e disgregazione è alimentato tanto dalla crisi economica quanto dall’uso distorto della tecnologia. “Viviamo in un’epoca in cui l’individualismo è diventato un antivalore accettato – scrivono – e dove la vergogna, spesso immotivata, impedisce alle vittime di chiedere aiuto”. Donne e giovani sono le categorie più colpite da questo tipo di violenza sommersa, che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.

Proprio in risposta a questa emergenza sociale, nasce Medea ODV, un’organizzazione di volontariato citata nel libro, il cui obiettivo è combattere l’anomia sociale e restituire voce e dignità alle vittime. Il saggio si pone quindi non solo come analisi, ma come manifesto civile per un cambiamento possibile.

Le tre facce della violenza si colloca in un filone sempre più necessario della saggistica contemporanea: quello che prova a raccontare e decodificare le fratture invisibili del nostro tempo. E lo fa con uno stile accessibile, ma denso di contenuti, destinato a lasciare il segno.

Intervista a Francesco Longobardi: “Così raccontiamo le radici invisibili della violenza sociale”

Dopo l’uscita del libro, abbiamo intervistato Francesco Longobardi, per approfondire contenuti, visioni e responsabilità che questo saggio intende sollevare.

Qual è il filo conduttore che lega queste tre “facce”?
L’anomia sociale. È un termine sociologico, ma molto concreto: descrive una condizione di smarrimento collettivo, dove le regole morali si dissolvono e l’indifferenza prende il sopravvento.

Il vostro saggio affronta tre forme di violenza: psicologica, culturale e sociale. Perché proprio queste?
Abbiamo scelto queste tre dimensioni perché rappresentano le radici silenziose della violenza quotidiana. Non parliamo di aggressioni fisiche, ma di quelle dinamiche che logorano l’identità e il benessere collettivo.

Con l’on Semenzato presidente della commissione Femminicidio della Camera dei Deputati

Quanto ha influito la pandemia su questo clima di isolamento che raccontate?
Moltissimo. Il distanziamento fisico si è trasformato in distanza emotiva. La pandemia ha accelerato processi già in atto, rendendo ancora più visibili – o forse più invisibili – certi disagi.

Nel libro parlate dell’uso distorto della tecnologia. A cosa vi riferite?
Alla tendenza a vivere relazioni filtrate da uno schermo, alla spettacolarizzazione del dolore e all’illusione di essere sempre “connessi”. Ma la connessione emotiva è un’altra cosa.

Perché secondo voi donne e giovani sono le vittime principali di questa violenza sommersa?
Perché spesso non hanno ancora gli strumenti per difendersi. Le donne subiscono stereotipi culturali profondi, mentre i giovani pagano il prezzo di una società che non sa più ascoltare.

Come nasce Medea ODV e qual è il suo ruolo nel vostro progetto?
Medea è nata dal bisogno di dare concretezza a ciò che denunciamo nel libro. È un’organizzazione che offre ascolto, orientamento e supporto a chi vive situazioni di marginalità o disagio psicologico.

Vi rivolgete anche al lettore comune. Come avete reso accessibili concetti così complessi?
Con un linguaggio semplice, ma rigoroso. Volevamo un libro che potesse essere letto anche da chi non ha una formazione accademica, ma sente il bisogno di capire meglio ciò che vive o osserva.

Qual è stato il riscontro da parte dei lettori?
Molto positivo. In tanti ci hanno scritto dicendo: “Questo libro parla anche di me”. È il segnale che la violenza sociale non è affatto un problema marginale.

Avete avuto difficoltà nel collaborare come co-autori, soprattutto essendo legati da un rapporto familiare?
No, al contrario. La scrittura a quattro mani ci ha permesso di unire sensibilità diverse, maschile e femminile, teorica e pratica. Questo ha arricchito la struttura del libro.

Cosa significa per voi “manifesto civile”, una definizione usata nell’articolo?
Significa scrivere con l’intento di generare un cambiamento, non solo analizzare un fenomeno. Il libro vuole essere un invito all’azione, alla responsabilità collettiva.

Pensate di proseguire su questo filone in futuro?
Sì, stiamo già lavorando a nuovi progetti editoriali e formativi. La violenza invisibile è un tema vastissimo, e c’è ancora molto da dire e da fare.

Se poteste lasciare un solo messaggio ai lettori, quale sarebbe?
Non ignorate i segnali. La violenza non è solo quella che fa notizia. Spesso si annida nei silenzi, nelle frasi non dette, nelle esclusioni quotidiane. Rompere quel silenzio è il primo passo.

Scrivere questo libro è stato come aprire una finestra su un paesaggio che tutti, in fondo, conoscono ma faticano a guardare. La violenza sociale non è sempre evidente: si annida nelle dinamiche familiari, nei luoghi di lavoro, nei gesti trascurati. Il nostro obiettivo è stato dare un nome a ciò che spesso resta senza voce. Ogni riga di questo libro è un invito a riconoscere l’altro, a scegliere l’empatia, a rifiutare l’indifferenza. Non possiamo più permetterci di ignorare ciò che ci circonda. Ogni silenzio è complice, ogni consapevolezza è un atto di resistenza“, Francesco Longobardi.

Le tre facce della violenza è un libro necessario. Non solo perché racconta una realtà spesso rimossa o banalizzata, ma perché lo fa con onestà e rigore. Non si limita a denunciare, ma invita alla responsabilità individuale e collettiva. È un’opera che interroga il lettore e lo mette di fronte alle proprie omissioni, ai propri silenzi, alla propria possibilità di scegliere da che parte stare. In un’epoca in cui la risonanza delle parole è spesso più forte della loro verità, leggere un libro come questo è un atto di consapevo

Qual è stato il riscontro da parte dei lettori?
Molto positivo. In tanti ci hanno scritto dicendo: “Questo libro parla anche di me”. È il segnale che la violenza sociale non è affatto un problema marginale.

Avete avuto difficoltà nel collaborare come co-autori, soprattutto essendo legati da un rapporto familiare?
No, al contrario. La scrittura a quattro mani ci ha permesso di unire sensibilità diverse, maschile e femminile, teorica e pratica. Questo ha arricchito la struttura del libro.

Cosa significa per voi “manifesto civile”, una definizione usata nell’articolo?
Significa scrivere con l’intento di generare un cambiamento, non solo analizzare un fenomeno. Il libro vuole essere un invito all’azione, alla responsabilità collettiva.

Pensate di proseguire su questo filone in futuro?
Sì, stiamo già lavorando a nuovi progetti editoriali e formativi. La violenza invisibile è un tema vastissimo, e c’è ancora molto da dire e da fare.

Se poteste lasciare un solo messaggio ai lettori, quale sarebbe?
Non ignorate i segnali. La violenza non è solo quella che fa notizia. Spesso si annida nei silenzi, nelle frasi non dette, nelle esclusioni quotidiane. Rompere quel silenzio è il primo passo.

Scrivere questo libro è stato come aprire una finestra su un paesaggio che tutti, in fondo, conoscono ma faticano a guardare. La violenza sociale non è sempre evidente: si annida nelle dinamiche familiari, nei luoghi di lavoro, nei gesti trascurati. Il nostro obiettivo è stato dare un nome a ciò che spesso resta senza voce. Ogni riga di questo libro è un invito a riconoscere l’altro, a scegliere l’empatia, a rifiutare l’indifferenza. Non possiamo più permetterci di ignorare ciò che ci circonda. Ogni silenzio è complice, ogni consapevolezza è un atto di resistenza“, Francesco Longobardi.

Le tre facce della violenza è un libro necessario. Non solo perché racconta una realtà spesso rimossa o banalizzata, ma perché lo fa con onestà e rigore. Non si limita a denunciare, ma invita alla responsabilità individuale e collettiva. È un’opera che interroga il lettore e lo mette di fronte alle proprie omissioni, ai propri silenzi, alla propria possibilità di scegliere da che parte stare. In un’epoca in cui la risonanza delle parole è spesso più forte della loro verità, leggere un libro come questo è un atto di consapevolezza.

Chiunque voglia comprendere meglio le dinamiche sotterranee che alimentano la disgregazione sociale troverà in Le tre facce della violenza una guida lucida e stimolante. Un saggio breve ma profondo, che si legge in poche ore ma lascia una lunga eco interiore. Un libro da leggere, da condividere e da utilizzare come punto di partenza per cambiare lo sguardo con cui osserviamo la realtà.

Scrivere questo libro è stato come aprire una finestra su un paesaggio che tutti, in fondo, conoscono ma faticano a guardare. La violenza sociale non è sempre evidente: si annida nelle dinamiche familiari, nei luoghi di lavoro, nei gesti trascurati. Il nostro obiettivo è stato dare un nome a ciò che spesso resta senza voce. Ogni riga di questo libro è un invito a riconoscere l’altro, a scegliere l’empatia, a rifiutare l’indifferenza. Non possiamo più permetterci di ignorare ciò che ci circonda. Ogni silenzio è complice, ogni consapevolezza è un atto di resistenza“, Francesco Longobardi.

Le tre facce della violenza è un libro necessario. Non solo perché racconta una realtà spesso rimossa o banalizzata, ma perché lo fa con onestà e rigore. Non si limita a denunciare, ma invita alla responsabilità individuale e collettiva. È un’opera che interroga il lettore e lo mette di fronte alle proprie omissioni, ai propri silenzi, alla propria possibilità di scegliere da che parte stare. In un’epoca in cui la risonanza delle parole è spesso più forte della loro verità, leggere un libro come questo è un atto di consapevolezza.

Chiunque voglia comprendere meglio le dinamiche sotterranee che alimentano la disgregazione sociale troverà in Le tre facce della violenza una guida lucida e stimolante. Un saggio breve ma profondo, che si legge in poche ore ma lascia una lunga eco interiore. Un libro da leggere, da condividere e da utilizzare come punto di partenza per cambiare lo sguardo con cui osserviamo la realtà.

Lascia un commento